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Non si è ancora sviluppata, intorno alle prospettive di trattamento
digitale e alle modalità di edizione critica sul web
delle fonti storiche intese, qui, soprattutto come fonti darchivio -, una
discussione particolarmente fitta e animata; nulla di paragonabile, certamente, a quella
che tuttora vivacizza convegni e seminari in cui si affrontano le problematiche legate
allimpiego di strumenti elettronici e telematici per la critica testuale e che ha,
in genere, interessato gli studiosi dei fenomeni letterari compresi i più restii
ad accogliere e far proprie le tematiche (e le tecniche) del mutamento. Tale silenzio pare
oggi assai più denso in Italia che altrove; e sembra per certi versi singolare che, da un
lato, proprio allinterno della comunità umanistica italiana siano emerse (e già da
tempo) posizioni assai avanzate (e riconoscimenti internazionali) sul piano della
riflessione teorica intorno ai temi della codifica testuale; e che, dallaltro, il
tema della digitalizzazione delle fonti, collegato a quelli della loro conservazione e
fruizione, abbia messo in moto soprattutto varie istituzioni archivistiche e bibliotecarie
(si vedano i progetti
recenti dellArchivio di Stato di Firenze, o le attività di riproduzione dellArchivio Segreto Vaticano) sino a
configurare, come alcuni hanno rilevato, una possibile confusione di ruoli e
unalterazione della distinzione tradizionale tra produzione di servizi e di ricerca.
Oggi, quando si stabilisca preventivamente che ledizione di
un testo o di un corpus testuale è operazione
assai diversa dalla sua riproduzione virtuale seppure talvolta accompagnata da un
ricco corredo di strumenti di lavoro -, abbiamo di fronte un panorama di realizzazioni
originali assai povero. Pochi e complessivamente insoddisfacenti i modelli di riferimento,
in prospettiva già superati i prototipi disponibili. Occorre peraltro sottolineare come
le grandi e secolari imprese europee specializzate nella produzione di fonti (un esempio
per tutti: i Monumenta Germaniae Historica) abbiano compiuto sinora scelte
prudenti e conservative, preferendo il trasloco di stabilissimi testi da un supporto
allaltro, evitando da un lato il rischio di mettere in gioco i metodi tradizionali e
consolidati delle tecniche di edizione, dallaltro investendo, con le antologie elettroniche, sulla
possibilità di ritorni economici significativi. Simili strategie rischiano di tracciare
una strada di comodo, suggerendo, anziché la ricerca di un investimento sui nuovi
linguaggi e sulla rete ai fini di una nuova progettualità e di un rilancio delle
attività editoriali, il disegno di una digitalizzazione indiscriminata
dellesistente, puntando soprattutto
vuoi sullattrattiva della fonte come immagine, vuoi sulla disponibilità di sofisticati sistemi
di reperimento automatico delle informazioni allinterno dei testi. Vè tuttavia un altro rischio, di segno diametralmente
opposto, e che in maggiore o minore misura ha attraversato come un filo di continuità
molte esperienze di informatica umanistica negli ultimi decenni. Recentemente, in
particolare sulla rete accademica tedesca, si è posta la tematica di
una Editionwissenshaft qualificata come digitale
e applicabile alle fonti archivistiche e manoscritte. Nello stesso solco, sebbene di
formulazione risalente già ai primi anni 90 e poi ricalibrato alla luce
dellesplosione del web, il modello di "Integrierte
Computergestützte Edition" messo a punto da unéquipe coordinata da Ingo
H. Kropac (Università di Graz) e sperimentato sulla documentazione medievale della Reichsstadt di Regensburg (Fontes Civitatis
Ratisponensis), con produzione di materiali on-line (non molti) e su CD-Rom. I
prototipi che costituiscono attualmente lesito di queste impostazioni lasciano
qualche perplessità. In particolare, si ha limpressione di come le responsabilità
delleditore siano qui avvertite e giocate soprattutto nei confronti del medium e delle sue specificità, piuttosto che dei
testi e della comunità interpretante; e
che lapprodo ultimo del dibattito teorico e della sperimentazione sia in
fondo visto non tanto nella possibilità/necessità di produrre soprattutto nuove edizioni, quanto di inseguire una
standardizzazione delle procedure tratteggiando modelli operativi neutrali (che
prescindano cioè dalle tipologie documentarie), esportabili nel nome della
multidisciplinarietà e della sintesi digitale. Restiamo
nellambito strettamente italiano. Sebbene il quadro appena tracciato possa indurre a
considerazioni pessimistiche, non perciò vanno negate le premesse per un effettivo salto
di qualità, e per lavvio di una fase che superi le carenze di progettualità e
coordinamento che storicamente caratterizzano lattività delle istituzioni
accademiche e dei centri di ricerca italiani nel settore strategico della
produzione di edizioni criticamente affidabili. Occorre tuttavia liberare il terreno da
almeno due ingombranti ostacoli, parziale eredità di riflessioni e sperimentazioni di
informatica applicata ai testi antiche e recenti, relativi alla codifica e alle virtù
della ricerca automatica. La necessità di una sperimentazione graduale, relativamente
indolore, attenta ai linguaggi di codifica (SGML, XML), ma affatto destabilizzante rispetto alle pratiche
tradizionali della critica documentaria, non potrà sortire particolari successi se
orientata al collaudo di standard
universali e chiusi, applicati o presumibilmente applicabili a qualsiasi
fenomeno testuale: occorrerà tenere sempre ben presente che un testo giuridico, un testo
letterario, un testo documentario, ovvero un corpus
di testi difficilmente potranno essere ingabbiati entro strutture logico-semantiche o
di semplice descrizione uniformi e ripetitive (standard,
appunto), se non rinunciando a esplicitarne, nelle scelte della codifica, gli elementi
legati alle rispettive specificità e storicità. Allo stesso modo, occorre considerare
che quellattività grigia e faticosa che spesso accompagna il lavoro di
edizione (la costruzione di indici e di vari apparati di supporto), per quel tanto di
esercizio critico-interpretativo che comporta, non potrà mai essere surrogata da
procedure complesse di interrogazione, dalla trasformazione di un testo (o di un insieme
di testi) in una base di dati gestibile mediante raffinati motori di ricerca (se non in
circostanze eccezionali o per fini particolari). Si tratta, se vogliamo, di affermazioni
banali, ma da tenere sempre presenti. Rinunciare a questi presupposti (alluno o allaltro, o contemporaneamente ad entrambi), significherebbe interpretare superficialmente le responsabilità che nel nuovo (presumibile) episteme digitale e post-gutenberghiano saranno affidate alla leggerezza e alla fluidità della scrittura elettronica mentre unedizione critica è da sempre qualcosa che resta, e che pesa. Significherebbe disperdere un bagaglio di saperi e metodologie affinato nel tempo, e correre il rischio di una frattura insanabile con la tradizione. Per i futuri specialisti della documentazione, per chi affronterà progetti (piccoli o grandi) di edizioni di fonti storiche puntando sullICT, la codifica sarà il pane quotidiano. Ammesso che uno specialismo sopravviva; il che potrà accadere, probabilmente, ma non senza il tramite di un graduale adeguamento delle pratiche disciplinari e (importante sottolinearlo) didattiche, parallelo a quello che si prospetta per lintero sistema delle discipline storiche e delle scienze umane in generale. Dossier - sommario |
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Ansani, M., Diplomatica (e diplomatisti) nellarena digitale, in Scrineum. Saggi e materiali on-line di scienze del documento e del libro medievali, 1 (1999), <http://dobc.unipv.it/scrineum/ansani.htm>. Archivio di Stato di Firenze, Attività e progetti, <http://www.archiviodistato.firenze.it/progetti/attivita.htm>. British Academy - Royal
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